Recensione
Radio Raptus sta chiudendo i battenti. A Bruno, proprietario dell'emittente, il compito di
ricordare 18 anni di storia e di musica.
Quanti artisti si sono spinti in una produzione cinematografica, creando successo ai
botteghini più che la firma che per la sostanza.
I paragoni possono nascere con suoi celeberrimi colleghi - Jolly Blue degli 883, Senza
Filtro degli Articolo 31 o oltremanica, 8 Mile di Eminem - ma Radiofreccia è senz'altro
meritevole di menzione, se non altro per la profondità psicologica di trama e personaggi.
Ligabue ci da uno spaccato degli Anni 70, l'epoca delle radio libere, non ancora
imbavagliate da sponsor o vincoli. L'epoca della liberalizzazione delle menti, aiutata se
non altro dalle emittenti locali.
I protagonisti sono giovani ragazzi con pochi soldi in tasca, in difficoltà ad affrontare i
problemi della vita ma con voglia di musica e di stare assieme. Ligabue, con una regia
discreta ma forse troppo retorica, ci mostra una generazione in conflitto con l'universo
adulto e con una ribellione interiore inarrestabile, che si scatena in relazioni
distruttive con la propria famiglia.
Freccia è il protagonista della pellicola, chiamato così per una voglia particolare nella
tempia.
Come spesso accade, i difficili rapporti familiari portano alla devianza; Freccia, complice
l'invaghimento per una donna, finisce nel tunnel della droga.
Conseguentemente, la sua vita lo porterà a vivere in funzione di essa e della donna che
ama, anche lei coinvolta nella stessa dipendenza.
Con regia a tratti scarna, sonoro accettabile, prestazione degli attori non sempre
impeccabile, Radiofreccia è un film che vuole lasciarci qualcosa e attraverso la
drammaticità di immagini forti, potrebbe riuscirci. Anche senza essere fan dell'artista
emiliano.
Un lavoro di Luciano Ligabue. Forse troppo retorico, ma senz'altro meritevole.