Lo scafandro e la farfalla: sinossi e pressbook - Intervista
Intervista
Festival di Cannes
Premio per la miglior regia
Golden Globe per il Miglior Film Straniero
Golden Globe per la Miglior Regia
Lo scafandro e la farfalla
un film di
Julian Schnabel
uscita 15 febbraio
cast artistico
Jean-Dominique Bauby Mathieu Almaric
Céline Desmoulin Emmanuelle Seigner
Henriette Durand Marie Josée-Croze
Claude Anne Consigny
Doctor Lepage Patrick Chesnais
Roussin Niels Arestrup
Marie Lopez Olatz Lopez Garmendia
Padre Lucine Jean-Pierre Cassel
Joséphine Marina Hands
Padre di Jean-Do Max Von Sydow
Imperatrice Eugenia Emma de Caunes
cast tecnico
regia Julian Schnabel
sceneggiatura Ronald Harwood
tratto dal libro di Jean-Dominique Bauby
prodotto da Kathleen Kennedy e Jon Kilik
produttore associato Léonard Glowinski
direttore della fotografia Janusz Kaminski
montaggio Juliette Welfing
scenografie Michel Eric, Laurent Ott
costumi Olivier Beriot
SINOSSI
Nel dicembre ‘95, all’età di 43 anni, Jean-Dominique Bauby – dinamico e
carismatico direttore di ELLE Francia – fu colpito da un ictus devastante che
ne rese inattivo il sistema cerebrale e ne cambiò la vita per sempre. Superato
un iniziale stato di coma, si svegliò per scoprire di essere vittima di una
sindrome locked-in – mentalmente vigile ma prigioniero dentro il suo stesso
corpo, in grado di comunicare col mondo esterno solo attraverso il battito della
palpebra dell’occhio sinistro. Costretto a confrontarsi con quest’unica prospettiva
di vita, Bauby riuscì a costruire un ricco universo interiore per trovare dentro
di sé le uniche due cose che non fossero paralizzate: l’immaginazione e la memoria.
All’Hospitale Maritime di Berck-Sur-Mer imparò un alfabeto completamente nuovo,
che codifica le lettere più frequenti del vocabolario francese. Queste parole,
queste frasi, questi capitoli dolorosamente espressi lettera per lettera, raccontano
la storia di una profonda avventura all’interno della psiche umana e della battaglia
tra la vita e la morte. Questo alfabeto riuscì a scardinare la prigione del
corpo di Jean-Dominique, che lui chiamava il suo scafandro, ed aprì gli sconfinati
territori della libertà interiore, da lui chiamati la farfalla.
“Sono stato cieco e
sordo o ci è voluta l’amara luce di un dramma per trovare la mia vera natura?”
chiede Jean-Dominique Bauby, rivolgendosi a se stesso e a tutti noi. Ci vuole
la sindrome locked-in per rendere cosciente un essere umano e per creare empatia
con gli altri? Ci dobbiamo ammalare perché gli angeli vengano a salvarci?
Mio padre
è morto a 92 anni e non è era mai stato realmente malato in tutta la sua vita.
E’ stato felicemente sposato con mia madre per più di sessant’anni. La maggior
parte delle persone metterebbero la firma per avere la vita che ha avuto lui
ma, non essendo mai stato malato, era impreparato e terrorizzato dalla morte.
Alla fine della sua vita ha vissuto con me e mia moglie, ma non sono riuscito
a risparmiargli questa paura. La vita non può essere solo dolore, caos sessuale
e nulla. Ci deve essere qualcos’altro.
Quando Jean-Dominique
Bauby era in piena salute, atletico e intelligente, era un autore qualificato.
Era uno scrittore che si conformava al successo. Attraverso la sua paralisi
e la sua rinascita in veste di occhio – il punto di vista di quello che lui
chiama la farfalla – indaga sulla sua vita e sui paradossi della vita in generale,
portando a termine un lavoro che ha un profondo effetto su chiunque lo abbia
letto.
Julian Schnabel
NOTE DI PRODUZIONE
Il film inizia come
il libro. Una luce bianca, accecante, una danza di colori un po’ sfuocati. Appaiono
facce di sconosciuti, che ci parlano, che gli parlano. Jean-Dominique Bauby
capisce di essere in ospedale, attaccato a delle macchine che lo aiutano a respirare.
Un uomo vestito da dottore viene verso di lui. Gli fa un franco aggiornamento
sulla situazione. Bauby ha avuto un ictus ed è stato in coma per diversi mesi.
Prova a parlare ma nessuno sembra sentirlo. Il dottore gli spiega che soffre
di una condizione estremamente rara. Il paziente è interamente paralizzato,
come se fosse chiuso dentro se stesso, tutto il suo corpo intrappolato da una
specie di scafandro. Nel caso di Bauby, l’unica cosa che funziona è la sua palpebra
sinistra. E’ la sua ultima finestra sul mondo e il suo unico metodo di comunicazione.
Un battito di ciglia per dire sì, due per dire no. Il cervello, da parte sua,
funziona alla perfezione. Bauby può sentire, capire, ricordare, ma non può più
parlare. Oltre la palpebra sinistra, ci sono altre due cose che funzionano ancora
– l’immaginazione e la memoria. La farfalla. Da questo punto di vista decide
di raccontare la sua storia. Non come un’intervista, ma come un libro. Impara
a memoria le frasi della sua storia e poi, utilizzando il metodo sviluppato
dalla sua logopedista, le detta quello che vuole dire lettera per lettera, sbattendo
le ciglia quando viene pronunciata la lettera corretta.
Un anno e due mesi
nella stanza 119 dell’Ospedale Marittimo di Berck e il suo libro è finito. E’
morto dieci giorni dopo la pubblicazione. Lo scafandro e la farfalla
è stato pubblicato dalle Edizioni Robert Laffont nel 1997 ed è stato un grande
successo. E’ stato tradotto in molte lingue e i lettori si sono universalmente
commossi davanti a una storia che sarebbe potuta succedere a ognuno di noi.
Jean-Dominique Bauby, il direttore di un’importante rivista di moda, Elle, era
stato un grande seduttore. Aveva avuto diverse vite e aveva avuto successo in
tutte. Aveva avuto cura della sua salute e del suo aspetto. L’ictus era stato
improvviso e ingiusto come il destino stesso. E lui lo vide, effettivamente,
come un segno del destino. Aveva vissuto la sua vita di giornalista con passione
frenetica e non si era mai reso conto di cosa fosse veramente importante. I
suoi bambini.
Non può scrollarsi
di dosso questo senso di colpa. Quasi un anno prima, era andato via di casa,
aveva lasciato i suoi figli e sua moglie e non aveva ancora avuto il tempo di
cominciare una nuova vita. E si è fermata improvvisamente il 9 dicembre 1995.
Prima dell’ictus aveva firmato un contratto con le Edizioni Robert Laffont,
per scrivere un moderno adattamento, la versione al femminile de Il conte di
Montecristo. Un sacrilegio simile poteva spiegare la sua terribile punizione.
“Un capolavoro non si tocca”. Jean-Dominique si vede come Noirtier de Villefort,
un personaggio misterioso, depositario di gravi segreti, condannato al silenzio
e intrappolato su una sedia a rotelle, che può comunicare solo con gli occhi.
Il libro di Bauby è un vero atto letterario. Il potere della sua storia lo ha
reso uno scrittore. Un destino tragico l’ha trasformato in un artista.
La storia di Jean-Dominique
Bauby assomiglia alla vita di un artista che vive una battaglia fra se stesso
e gli altri. La malattia, come la malattia mentale o il genio, è fonte di esclusione
e fraintendimento. Per sfuggire al suo destino, per sfuggire alla crudeltà umana,
si può solo contare su se stessi. Sull’intelligenza, sulla creatività e sull’eroismo.
Attraverso la sua scrittura, Jean-Dominique Bauby prolunga la sua vita al di
fuori di lui, al di fuori del suo corpo. Il potere del sogno e del pensiero
gli consentono di attraversare ogni confine. Aveva fatto promettere a sua moglie
che avrebbe fatto adattare il libro per il film, come raggiungimento di questa
trascendenza. Ma la singolarità e l’autenticità de Lo scafandro e la farfalla
preclude un adattamento classico, diretto. Portare sullo schermo un romanzo
così commovente richiede un forte senso estetico e un’attenta costruzione del
film nel tentativo di reinventarlo e adattarlo ai bisogni di questa storia in
cui il protagonista non parla mai. Quando Kathleen Kennedy, associata alla Dreamworks,
ha comprato i diritti del libro, si è concentrata proprio su questo aspetto.
Ha scritturato Ronald Harwood (sceneggiatore degli ultimi due film di Roman
Polanski, Il Pianista e Oliver Twist) per la sceneggiatura. Mantenendo
la struttura di fondo del libro, Harwood ha cercato di posizionare la storia
fra movimento e immobilità. Kathleen Kennedy poi ha avuto l’idea di chiedere
a Julian Schnabel di dirigere il film – solo lui avrebbe potuto filmare il viaggio
interiore di Bauby.
Schnabel aveva scoperto
il libro in un modo molto personale, attraverso un amico che adesso non c’è
più. Era molto interessato alla tecnica di narrazione fuori campo del film –
il pubblico è l’unico confidente del protagonista. Nessuno nel film sa cosa
stia succedendo nella sua testa – lo sa solo il lettore o lo spettatore. All’inizio
il progetto era dell’Universal, poi è passato alla Pathé, che lo ha prodotto
con Jon Kilik, il produttore di tutti i film di Julian Schnabel. Schnabel ha
deciso di girare il film in francese – secondo lui non c’era altro modo. Ha
scelto attori francesi – a partire da Mathieu Amalric, che aveva notato nel
1999 a San Sebastian nel film Fin août début septembre. Quando aveva
lavorato con lui in Munich di Steven Spielberg, Kathleen Kennedy aveva
subito pensato che sarebbe stato perfetto per quella parte. Julian Schnabel
le aveva già parlato di lui.
Il resto del
cast corrisponde a delle scelte precise. Ogni ruolo, senza eccezioni, è interpretato
da attori conosciuti – Emmanuelle Seigner, Marie-Josée Croze, Anne Consigny,
Patrick Chesnais, Niels Arestrup, Olatz Lopez Garmendia, Jean-PIerre Cassel,
Marina Hands, Emma de Caunes, Isaach de Bankolé e Max Von Sydow sono gli attori
principali. Il direttore della fotografia è Janusz Kaminski, che ha lavorato
in molti film di Spielberg.
Julian Schnabel
ha deciso di fare questo film non solo perché il tema si adatta molto al suo
tipo di cinema, ma anche perché era molto coinvolto a livello personale. L’ha
molto colpito il rapporto fra Jean-Dominique Bauby e suo padre e le scene con
i due personaggi sono molto commoventi. La sfida iniziale è proprio il cuore
del progetto. La prima metà è girata dal punto di vista di Jean-Dominique Bauby.
Le immagini a volte sono fuori fuoco, a volte brillanti e piene di colore, altre
volte accecanti. Julian Schnabel gira come dipinge, attaccato alla pelle, alla
pellicola. L’erotismo nelle inquadrature di bocche, cosce, colli, fa pensare
a un dettaglio di un quadro. I set, per tutte le loro stranezze e i loro lussi,
sono magici. Bauby aveva soprannominato un determinato punto dell’Ospedale Marittimo
di Berck “Cinecittà”. Gli piaceva molto il fascino di quel luogo, l’immaginario
geografico di uno studio cinematografico. Con una vera presa di posizione, il
monologo interiore di Jean-Dominique viene raccontato da una voce fuori campo.
Viviamo l’esperienza insieme a lui, nello stesso tempo e nello stesso luogo.
La musica accompagna
i momenti di disperazione e i momenti di rinascita. Julian Schnabel pensa che
la vita di Jean-Dominique Bauby cominci dopo l’ictus, quando si rende conto
di chi è veramente. E’ nato di nuovo, sotto forma di farfalla.
La prima parte è in
prima persona. Attraverso l’alfabeto e il battito delle ciglia, Jean – Dominique
riesce a comunicare con coloro che gli stanno intorno. La sua parola è una sorta
di scrittura. “La mia prima parola è IO. Comincio con me stesso.” Usando questa
tecnica riesce a uscire da se stesso, da scappare dal suo scafandro, tornare
in superficie. La seconda parte è girata dall’esterno – la macchina da presa
filma Bauby che vive la sua nuova vita e mostra che attraverso il suo lavoro
di scrittore ha ritrovato la dignità e la vita. L’interpretazione di Mathieu
Amalric è unica – a metà fra la padronanza di un corpo deforme e l’espressione
orale dell’emozione. La tragedia non preclude l’umorismo. Questo film è una
lezione di vita, non in senso moralistico, ma dell’energia che ne deriva. Ogni
istante di questo film ci può insegnare qualcosa.
Angie David
INTERVISTA A JULIAN
SCHNABEL
Come si è avvicinato
a questo progetto e perché ha scelto di portare la storia di Jean-Dominique
Bauby sullo schermo?
Ero molto amico di
un uomo che si chiamava Fred Hughes. Lavorava per Andy Warhol. Dirigeva la Factory
di Andy Warhol. Fred viveva al 15 di rue de Cherche- Midi, a Parigi, dove aveva
una casa anche Andy. Dopo la morte di Andy, Fred – che soffriva da sempre di
sclerosi multipla – andò peggiorando fino al punto che non potè più venire a
Parigi e dovette rimanere nel suo appartamento di New York. Viveva su Lexington
Avenue, verso la 90° strada. E finì bloccato a letto nel suo appartamento, lui
stava lì e io andavo da lui e gli leggevo dei libri. Non poteva più parlare.
Stava steso lì e mi guardava mentre leggevo. Aveva un infermiere che si chiamava
Darin McCormack, lui mi diede una copia de Lo scafandro e la farfalla.
Avevo sempre pensato di fare un film su Fred perché aveva avuto una vita così
attiva e poi era rimasto prigioniero del suo corpo. Qualche anno fa è morta
mia madre, a 89 anni. E poi mio padre. Sono stati sposati per sessant’anni.
Mio padre, malato di cancro da quando aveva 83 anni, ne aveva quasi 92, aveva
tenuto a bada la sua malattia perché si occupava di mia madre. Ma dopo che lei
era morta…
Vivevo nel mio studio.
Anche mio padre viveva lì. Era Natale, dovevo portare i bambini da qualche parte
per le vacanze e avevo bisogno di qualcuno che si occupasse di mio padre perché
non poteva venire con noi. Chiamai Darin McCormack. Così venne a casa mia per
stare con mio padre. Quando arrivò la sceneggiatura dello Scafandro e la
farfalla da Kathy Kennedy, mio padre aveva terribilmente paura di morire
e io pensavo che mi sarebbe molto piaciuto aiutarlo a non aver paura…Ma non
ci sono riuscito. Era terrorizzato perché non era mai stato male. Tempo prima
avevo scritto una sceneggiatura per il film Profumo che non era mai stata
utilizzata. Bernd Eichinger, l’uomo che aveva comprato i diritti, non voleva
fare il film che io avrei voluto fare. C’è una cosa che Grenouille aveva in
comune con Jean-Dominique Bauby. In entrambe le storie, il pubblico è il confidente
del protagonista. Sappiamo cosa succede nella testa di Grenouille e sappiamo
cosa succede nella testa di Jean-Do. C’erano molte cose che avrei voluto mettere
in Profumo che ho potuto mettere in questo film. Ero libero di fare quello
che volevo. In un caso la libertà dell’olfatto di Grenouille, nell’altro la
libertà dell’immaginazione di Jean-Do. Potevo attraversare il tempo, potevo
fare qualsiasi cosa. Per me, come regista, come artista, era una grande opportunità
poter mettere qualsiasi cosa volessi nella struttura di un film. Potevo costruire
la mia storia, il mio linguaggio. Sapevo che avrei dovuto fare il film in Francia,
in francese, nello stesso ospedale. Perché se non lo potevo fare nell’ospedale
dove era stato lui, non penso che avrei avuto le sensazioni giuste. E per quanto
riguarda il modo in cui la storia è raccontata, anche se è una storia universale,
è stata raccontata da un francese. Così sono andato a Berck, in ospedale e le
persone sono state veramente carine e tutti volevano che io facessi il film.
Nessuno voleva che facessi questo film in francese. L’unica persona che voleva
davvero che io lo girassi in francese era Jon Kilik. All’inizio Ron Harwood
ci aveva dato una sceneggiatura in inglese ma io ho continuato a riscrivere
tutto insieme agli attori, cercando di conoscere più dettagli possibile da Claude
Mendibil, Anne-Marie Perrier, Bernard Chapuis…
Come ha scelto Mathieu
Amalric per il ruolo di Jean-Dominique Bauby?
All’inizio il film
lo doveva fare Johnny Depp. Tracy Jacobs, che è l’agente di Johnny, aveva parlato
con Kathy Kennedy. Johnny voleva fare il film con me perché ci piace lavorare
insieme. L’avrei circondato di francesi e lui avrebbe parlato francese. Ma poi
era troppo occupato con Pirati dei Caraibi e allora non ebbe più tempo
per fare il nostro film. Allora Kathy Kennedy pensò a Eric Bana o un altro attore
americano. Ma qualche anno fa, ero in giuria al Festival di San Sebastian e
vidi un film che si chiamava Fin août, début septembre. Consegnammo a
Jeanne Balibar il premio come migliore attrice quell’anno. Ma io mi ricordavo
di Mathieu Amalric. E ho subito pensato che sapevo chi avrebbe dovuto interpretare
questo ruolo. E ho fatto il suo nome a Kathy, lei non lo conosceva. E’ passato
del tempo. Poi due o tre anni dopo girano Munich e Kathy conosce un giovane
attore che si chiama Mathieu Amalric. Torna dalla Francia e mi dice che ha conosciuto
un attore francese veramente fantastico che potrebbe interpretare questa parte,
allora possiamo fare il film in francese. Io le chiedo come si chiama questo
attore e lei mi dice Mathieu Amalric, allora io dico che è una grande idea.
Così l’ho chiamato. Ci conoscevamo perché qualche anno fa Olivier Assayas e
Jeanne Balibar mi erano venuti a trovare a New York. Mathieu non era venuto
ma sapeva chi fossi e io sapevo chi fosse lui. Così è venuto per il Ringraziamento
e abbiamo cominciato a leggere la sceneggiatura insieme. Sapevo che se avessi
girato questo film in francese, non avrei voluto essere un turista. Il mio francese
non è perfetto però conoscevo bene il testo. Ho lavorato con tutti gli attori,
analizzavamo ogni singola scena e io chiedevo “Cosa avreste detto in questa
situazione?” Perché le parole devono venire fuori dalle loro bocche. Ho riscritto
la sceneggiatura con tutte le persone che avrebbero fatto parte del film. E
ho trovato nuovi elementi. Per esempio, Claude Mendibil ha detto ad Anne Consigny
che quando è entrata per la prima volta nella stanza di Jean-Do lui le ha detto
“Niente panico”. E quando Anne è entrata e abbiamo iniziato a girare la scena
lei me l’ha detto, allora io ho suggerito di aggiungere quella frase nella sceneggiatura.
Lavoro anche come un pittore, sono in un posto, reagisco alle cose che mi circondano.
Avevo notato che il mare ogni giorno indietreggiava di 500 metri e poi tornava
in avanti. Questo frangiflutti sarebbe stato sommerso dall’acqua e poi sarebbe
riemerso. Così ho detto “Va bene”. C’è una mia foto in cui ho Mathieu sulle
spalle, lo metto sopra a questo frangiflutti con la sedia a rotelle, in acqua.
Questa scena non c’era nella sceneggiatura. E la stessa cosa per la scena dell’uomo
che lo tiene in braccio in piscina. Ho visto la piscina e ho detto “Ok, mettiamolo
lì dentro”. Sembrava la Pietà. Daniel, l’uomo che interpreta la scena, era stato
il terapista di Jean-Do.
Che rapporto ha avuto
con il libro?
Ci sono tornato sopra
moltissime volte. Mi piaceva molto quella bellissima immagine di lui che guarda
il soffitto in piscina. Volevo trovare del testo da usare in quella scena. E
ho scelto la parte sulla pentola a pressione. E poi improvvisamente arriva quest’
altra parte su Eugenie. Quando lui dice “E’ un sogno”. Lei entra, lo bacia come
se lui potesse stare in piedi e poi lui sta di nuovo sulla sedia a rotelle.
E dice, “Quando nuoti nelle nebbie di un coma, non hai il lusso di vedere i
tuoi sogni evaporare.” Penso che la differenza fra questi due posti sia sempre
più sottile. Non si poteva distinguere fra i sogni e la realtà. Quando sei malato
è così. E’ stato così con mio padre. Mio padre cominciò…Chiesi a Darin McCormack
di scrivere quello che mio padre diceva. Ci ammaleremo tutti un giorno. Diventeremo
il centro dell’attenzione e poi diventeremo invisibili. Succede a tutti, se
conosci qualcuno che si sia ammalato o se ti ammali o quando invecchi, è un
problema di coscienza. In un certo senso quello che Jean-Dominique diceva è,
“Quando stavo bene, non ero vivo, non c’ero, ero molto superficiale. Ma quando
sono tornato – il punto di vista della farfalla – Ero rinato come un io.” Così
è potuto diventare un grande scrittore.
Pensa che la storia
di Jean-Dominique si possa paragonare alla vita di un artista?
Sì, naturalmente, la
scrittura l’ha salvato. La sua vita interiore ha preso forma perché lui ha iniziato
a scrivere il libro. Lo stesso succede con l’arte. Il libro gli ha dato una
ragion d’essere, ha dato la vita a lui, alla sua famiglia. Grazie al libro,
per loro, in un certo senso, è come se lui fosse ancora vivo. E’ un modo di
affrontare il dolore.
Nel suo lavoro di artista,
sia pittore che regista, che posto ha la letteratura?
Fare cinema è riscrivere,
tutto il tempo. Montare è riscrivere. Quando dipingo non reinterpreto, non trasferisco
nulla. Lo faccio e basta. Non c’è nessuna trasposizione. Nella scrittura non
c’è trasposizione se stai scrivendo, per esempio, un romanzo. Ma se scrivi qualcosa
che poi sai che diventerà un film, allora devi trasformare un testo in un’altra
forma. Una volta che hai fatto questa trasposizione, ti puoi comportare come
se stessi dipingendo.
JULIAN SCHNABEL
Julian Schnabel è nato
a Brooklyn, NY nel 1951. A 15 anni, si è trasferito con la sua famiglia a Brownsville,
nel Texas. Ha studiato all’Università di Houston, prendendo un BFA ed è tornato
a New York nel 1973 per seguire un Corso di Studi Indipendenti al Whitney Museum.
Nel 1978 Schnabel ha fatto il suo primo dipinto “The Patients and the Doctors”.
La sua prima mostra è stata fatta nel 1979 alla galleria Mary Boone di New York.
Fin da quel momento i lavori di Schnabel sono stati esposti in tutto il mondo.
I suoi dipinti, le sue sculture e i suoi lavori su carta sono stati oggetto
di retrospettive al Centre Georges Pompidou di Parigi, alla Whitechapel Gallery
di Londra; allo Stedelijk Museum di Amsterdam; alla Tate Gallery di Londra;
e al Whitney Museum di New York. Nel 1996 ha scritto e diretto Basquiat,
un film sul suo amico, artista newyorkese, Jean Michel Basquiat. IL suo secondo
film, Prima che sia notte, ha vinto il Premio della Giuria alla Mostra
del Cinema di Venezia nel 2000 e ha fatto guadagnare a Javier Bardem una nomination
come Migliore Attore agli Oscar. Nel 2004 sono state fatte delle retrospettive
dei lavori di Schnabel alla Schirn Kunsthalle di Francoforte; al Palacio Velazquez
a Madrid e alla Mostra d’Oltremare a Napoli. Quest’estate sono state fatte altre
mostre su di lui a Palazzo Venezia, a Roma; allo Schloss Derneburg, a Derneburg,
in Germania; alla Rotonda della Besana, a Milano; alla Tabacalera, a Sen Sebastian.
Julian Schnabel vive
con sua moglie Olatz e la sua famiglia fra New York, Montauk, NY e San Sebastian.
Contenuto
Festival di Cannes
Premio per la miglior regia
Golden Globe per il Miglior Film Straniero
Golden Globe per la Miglior Regia
Lo scafandro e la farfalla
un film di
Julian Schnabel
uscita 15 febbraio
cast artistico
Jean-Dominique Bauby Mathieu Almaric
Céline Desmoulin Emmanuelle Seigner
Henriette Durand Marie Josée-Croze
Claude Anne Consigny
Doctor Lepage Patrick Chesnais
Roussin Niels Arestrup
Marie Lopez Olatz Lopez Garmendia
Padre Lucine Jean-Pierre Cassel
Joséphine Marina Hands
Padre di Jean-Do Max Von Sydow
Imperatrice Eugenia Emma de Caunes
cast tecnico
regia Julian Schnabel
sceneggiatura Ronald Harwood
tratto dal libro di Jean-Dominique Bauby
prodotto da Kathleen Kennedy e Jon Kilik
produttore associato Léonard Glowinski
direttore della fotografia Janusz Kaminski
montaggio Juliette Welfing
scenografie Michel Eric, Laurent Ott
costumi Olivier Beriot
SINOSSI
Nel dicembre ‘95, all’età di 43 anni, Jean-Dominique Bauby – dinamico e
carismatico direttore di ELLE Francia – fu colpito da un ictus devastante che
ne rese inattivo il sistema cerebrale e ne cambiò la vita per sempre. Superato
un iniziale stato di coma, si svegliò per scoprire di essere vittima di una
sindrome locked-in – mentalmente vigile ma prigioniero dentro il suo stesso
corpo, in grado di comunicare col mondo esterno solo attraverso il battito della
palpebra dell’occhio sinistro. Costretto a confrontarsi con quest’unica prospettiva
di vita, Bauby riuscì a costruire un ricco universo interiore per trovare dentro
di sé le uniche due cose che non fossero paralizzate: l’immaginazione e la memoria.
All’Hospitale Maritime di Berck-Sur-Mer imparò un alfabeto completamente nuovo,
che codifica le lettere più frequenti del vocabolario francese. Queste parole,
queste frasi, questi capitoli dolorosamente espressi lettera per lettera, raccontano
la storia di una profonda avventura all’interno della psiche umana e della battaglia
tra la vita e la morte. Questo alfabeto riuscì a scardinare la prigione del
corpo di Jean-Dominique, che lui chiamava il suo scafandro, ed aprì gli sconfinati
territori della libertà interiore, da lui chiamati la farfalla.
“Sono stato cieco e
sordo o ci è voluta l’amara luce di un dramma per trovare la mia vera natura?”
chiede Jean-Dominique Bauby, rivolgendosi a se stesso e a tutti noi. Ci vuole
la sindrome locked-in per rendere cosciente un essere umano e per creare empatia
con gli altri? Ci dobbiamo ammalare perché gli angeli vengano a salvarci?
Mio padre
è morto a 92 anni e non è era mai stato realmente malato in tutta la sua vita.
E’ stato felicemente sposato con mia madre per più di sessant’anni. La maggior
parte delle persone metterebbero la firma per avere la vita che ha avuto lui
ma, non essendo mai stato malato, era impreparato e terrorizzato dalla morte.
Alla fine della sua vita ha vissuto con me e mia moglie, ma non sono riuscito
a risparmiargli questa paura. La vita non può essere solo dolore, caos sessuale
e nulla. Ci deve essere qualcos’altro.
Quando Jean-Dominique
Bauby era in piena salute, atletico e intelligente, era un autore qualificato.
Era uno scrittore che si conformava al successo. Attraverso la sua paralisi
e la sua rinascita in veste di occhio – il punto di vista di quello che lui
chiama la farfalla – indaga sulla sua vita e sui paradossi della vita in generale,
portando a termine un lavoro che ha un profondo effetto su chiunque lo abbia
letto.
Julian Schnabel
NOTE DI PRODUZIONE
Il film inizia come
il libro. Una luce bianca, accecante, una danza di colori un po’ sfuocati. Appaiono
facce di sconosciuti, che ci parlano, che gli parlano. Jean-Dominique Bauby
capisce di essere in ospedale, attaccato a delle macchine che lo aiutano a respirare.
Un uomo vestito da dottore viene verso di lui. Gli fa un franco aggiornamento
sulla situazione. Bauby ha avuto un ictus ed è stato in coma per diversi mesi.
Prova a parlare ma nessuno sembra sentirlo. Il dottore gli spiega che soffre
di una condizione estremamente rara. Il paziente è interamente paralizzato,
come se fosse chiuso dentro se stesso, tutto il suo corpo intrappolato da una
specie di scafandro. Nel caso di Bauby, l’unica cosa che funziona è la sua palpebra
sinistra. E’ la sua ultima finestra sul mondo e il suo unico metodo di comunicazione.
Un battito di ciglia per dire sì, due per dire no. Il cervello, da parte sua,
funziona alla perfezione. Bauby può sentire, capire, ricordare, ma non può più
parlare. Oltre la palpebra sinistra, ci sono altre due cose che funzionano ancora
– l’immaginazione e la memoria. La farfalla. Da questo punto di vista decide
di raccontare la sua storia. Non come un’intervista, ma come un libro. Impara
a memoria le frasi della sua storia e poi, utilizzando il metodo sviluppato
dalla sua logopedista, le detta quello che vuole dire lettera per lettera, sbattendo
le ciglia quando viene pronunciata la lettera corretta.
Un anno e due mesi
nella stanza 119 dell’Ospedale Marittimo di Berck e il suo libro è finito. E’
morto dieci giorni dopo la pubblicazione. Lo scafandro e la farfalla
è stato pubblicato dalle Edizioni Robert Laffont nel 1997 ed è stato un grande
successo. E’ stato tradotto in molte lingue e i lettori si sono universalmente
commossi davanti a una storia che sarebbe potuta succedere a ognuno di noi.
Jean-Dominique Bauby, il direttore di un’importante rivista di moda, Elle, era
stato un grande seduttore. Aveva avuto diverse vite e aveva avuto successo in
tutte. Aveva avuto cura della sua salute e del suo aspetto. L’ictus era stato
improvviso e ingiusto come il destino stesso. E lui lo vide, effettivamente,
come un segno del destino. Aveva vissuto la sua vita di giornalista con passione
frenetica e non si era mai reso conto di cosa fosse veramente importante. I
suoi bambini.
Non può scrollarsi
di dosso questo senso di colpa. Quasi un anno prima, era andato via di casa,
aveva lasciato i suoi figli e sua moglie e non aveva ancora avuto il tempo di
cominciare una nuova vita. E si è fermata improvvisamente il 9 dicembre 1995.
Prima dell’ictus aveva firmato un contratto con le Edizioni Robert Laffont,
per scrivere un moderno adattamento, la versione al femminile de Il conte di
Montecristo. Un sacrilegio simile poteva spiegare la sua terribile punizione.
“Un capolavoro non si tocca”. Jean-Dominique si vede come Noirtier de Villefort,
un personaggio misterioso, depositario di gravi segreti, condannato al silenzio
e intrappolato su una sedia a rotelle, che può comunicare solo con gli occhi.
Il libro di Bauby è un vero atto letterario. Il potere della sua storia lo ha
reso uno scrittore. Un destino tragico l’ha trasformato in un artista.
La storia di Jean-Dominique
Bauby assomiglia alla vita di un artista che vive una battaglia fra se stesso
e gli altri. La malattia, come la malattia mentale o il genio, è fonte di esclusione
e fraintendimento. Per sfuggire al suo destino, per sfuggire alla crudeltà umana,
si può solo contare su se stessi. Sull’intelligenza, sulla creatività e sull’eroismo.
Attraverso la sua scrittura, Jean-Dominique Bauby prolunga la sua vita al di
fuori di lui, al di fuori del suo corpo. Il potere del sogno e del pensiero
gli consentono di attraversare ogni confine. Aveva fatto promettere a sua moglie
che avrebbe fatto adattare il libro per il film, come raggiungimento di questa
trascendenza. Ma la singolarità e l’autenticità de Lo scafandro e la farfalla
preclude un adattamento classico, diretto. Portare sullo schermo un romanzo
così commovente richiede un forte senso estetico e un’attenta costruzione del
film nel tentativo di reinventarlo e adattarlo ai bisogni di questa storia in
cui il protagonista non parla mai. Quando Kathleen Kennedy, associata alla Dreamworks,
ha comprato i diritti del libro, si è concentrata proprio su questo aspetto.
Ha scritturato Ronald Harwood (sceneggiatore degli ultimi due film di Roman
Polanski, Il Pianista e Oliver Twist) per la sceneggiatura. Mantenendo
la struttura di fondo del libro, Harwood ha cercato di posizionare la storia
fra movimento e immobilità. Kathleen Kennedy poi ha avuto l’idea di chiedere
a Julian Schnabel di dirigere il film – solo lui avrebbe potuto filmare il viaggio
interiore di Bauby.
Schnabel aveva scoperto
il libro in un modo molto personale, attraverso un amico che adesso non c’è
più. Era molto interessato alla tecnica di narrazione fuori campo del film –
il pubblico è l’unico confidente del protagonista. Nessuno nel film sa cosa
stia succedendo nella sua testa – lo sa solo il lettore o lo spettatore. All’inizio
il progetto era dell’Universal, poi è passato alla Pathé, che lo ha prodotto
con Jon Kilik, il produttore di tutti i film di Julian Schnabel. Schnabel ha
deciso di girare il film in francese – secondo lui non c’era altro modo. Ha
scelto attori francesi – a partire da Mathieu Amalric, che aveva notato nel
1999 a San Sebastian nel film Fin août début septembre. Quando aveva
lavorato con lui in Munich di Steven Spielberg, Kathleen Kennedy aveva
subito pensato che sarebbe stato perfetto per quella parte. Julian Schnabel
le aveva già parlato di lui.
Il resto del
cast corrisponde a delle scelte precise. Ogni ruolo, senza eccezioni, è interpretato
da attori conosciuti – Emmanuelle Seigner, Marie-Josée Croze, Anne Consigny,
Patrick Chesnais, Niels Arestrup, Olatz Lopez Garmendia, Jean-PIerre Cassel,
Marina Hands, Emma de Caunes, Isaach de Bankolé e Max Von Sydow sono gli attori
principali. Il direttore della fotografia è Janusz Kaminski, che ha lavorato
in molti film di Spielberg.
Julian Schnabel
ha deciso di fare questo film non solo perché il tema si adatta molto al suo
tipo di cinema, ma anche perché era molto coinvolto a livello personale. L’ha
molto colpito il rapporto fra Jean-Dominique Bauby e suo padre e le scene con
i due personaggi sono molto commoventi. La sfida iniziale è proprio il cuore
del progetto. La prima metà è girata dal punto di vista di Jean-Dominique Bauby.
Le immagini a volte sono fuori fuoco, a volte brillanti e piene di colore, altre
volte accecanti. Julian Schnabel gira come dipinge, attaccato alla pelle, alla
pellicola. L’erotismo nelle inquadrature di bocche, cosce, colli, fa pensare
a un dettaglio di un quadro. I set, per tutte le loro stranezze e i loro lussi,
sono magici. Bauby aveva soprannominato un determinato punto dell’Ospedale Marittimo
di Berck “Cinecittà”. Gli piaceva molto il fascino di quel luogo, l’immaginario
geografico di uno studio cinematografico. Con una vera presa di posizione, il
monologo interiore di Jean-Dominique viene raccontato da una voce fuori campo.
Viviamo l’esperienza insieme a lui, nello stesso tempo e nello stesso luogo.
La musica accompagna
i momenti di disperazione e i momenti di rinascita. Julian Schnabel pensa che
la vita di Jean-Dominique Bauby cominci dopo l’ictus, quando si rende conto
di chi è veramente. E’ nato di nuovo, sotto forma di farfalla.
La prima parte è in
prima persona. Attraverso l’alfabeto e il battito delle ciglia, Jean – Dominique
riesce a comunicare con coloro che gli stanno intorno. La sua parola è una sorta
di scrittura. “La mia prima parola è IO. Comincio con me stesso.” Usando questa
tecnica riesce a uscire da se stesso, da scappare dal suo scafandro, tornare
in superficie. La seconda parte è girata dall’esterno – la macchina da presa
filma Bauby che vive la sua nuova vita e mostra che attraverso il suo lavoro
di scrittore ha ritrovato la dignità e la vita. L’interpretazione di Mathieu
Amalric è unica – a metà fra la padronanza di un corpo deforme e l’espressione
orale dell’emozione. La tragedia non preclude l’umorismo. Questo film è una
lezione di vita, non in senso moralistico, ma dell’energia che ne deriva. Ogni
istante di questo film ci può insegnare qualcosa.
Angie David
INTERVISTA A JULIAN
SCHNABEL
Come si è avvicinato
a questo progetto e perché ha scelto di portare la storia di Jean-Dominique
Bauby sullo schermo?
Ero molto amico di
un uomo che si chiamava Fred Hughes. Lavorava per Andy Warhol. Dirigeva la Factory
di Andy Warhol. Fred viveva al 15 di rue de Cherche- Midi, a Parigi, dove aveva
una casa anche Andy. Dopo la morte di Andy, Fred – che soffriva da sempre di
sclerosi multipla – andò peggiorando fino al punto che non potè più venire a
Parigi e dovette rimanere nel suo appartamento di New York. Viveva su Lexington
Avenue, verso la 90° strada. E finì bloccato a letto nel suo appartamento, lui
stava lì e io andavo da lui e gli leggevo dei libri. Non poteva più parlare.
Stava steso lì e mi guardava mentre leggevo. Aveva un infermiere che si chiamava
Darin McCormack, lui mi diede una copia de Lo scafandro e la farfalla.
Avevo sempre pensato di fare un film su Fred perché aveva avuto una vita così
attiva e poi era rimasto prigioniero del suo corpo. Qualche anno fa è morta
mia madre, a 89 anni. E poi mio padre. Sono stati sposati per sessant’anni.
Mio padre, malato di cancro da quando aveva 83 anni, ne aveva quasi 92, aveva
tenuto a bada la sua malattia perché si occupava di mia madre. Ma dopo che lei
era morta…
Vivevo nel mio studio.
Anche mio padre viveva lì. Era Natale, dovevo portare i bambini da qualche parte
per le vacanze e avevo bisogno di qualcuno che si occupasse di mio padre perché
non poteva venire con noi. Chiamai Darin McCormack. Così venne a casa mia per
stare con mio padre. Quando arrivò la sceneggiatura dello Scafandro e la
farfalla da Kathy Kennedy, mio padre aveva terribilmente paura di morire
e io pensavo che mi sarebbe molto piaciuto aiutarlo a non aver paura…Ma non
ci sono riuscito. Era terrorizzato perché non era mai stato male. Tempo prima
avevo scritto una sceneggiatura per il film Profumo che non era mai stata
utilizzata. Bernd Eichinger, l’uomo che aveva comprato i diritti, non voleva
fare il film che io avrei voluto fare. C’è una cosa che Grenouille aveva in
comune con Jean-Dominique Bauby. In entrambe le storie, il pubblico è il confidente
del protagonista. Sappiamo cosa succede nella testa di Grenouille e sappiamo
cosa succede nella testa di Jean-Do. C’erano molte cose che avrei voluto mettere
in Profumo che ho potuto mettere in questo film. Ero libero di fare quello
che volevo. In un caso la libertà dell’olfatto di Grenouille, nell’altro la
libertà dell’immaginazione di Jean-Do. Potevo attraversare il tempo, potevo
fare qualsiasi cosa. Per me, come regista, come artista, era una grande opportunità
poter mettere qualsiasi cosa volessi nella struttura di un film. Potevo costruire
la mia storia, il mio linguaggio. Sapevo che avrei dovuto fare il film in Francia,
in francese, nello stesso ospedale. Perché se non lo potevo fare nell’ospedale
dove era stato lui, non penso che avrei avuto le sensazioni giuste. E per quanto
riguarda il modo in cui la storia è raccontata, anche se è una storia universale,
è stata raccontata da un francese. Così sono andato a Berck, in ospedale e le
persone sono state veramente carine e tutti volevano che io facessi il film.
Nessuno voleva che facessi questo film in francese. L’unica persona che voleva
davvero che io lo girassi in francese era Jon Kilik. All’inizio Ron Harwood
ci aveva dato una sceneggiatura in inglese ma io ho continuato a riscrivere
tutto insieme agli attori, cercando di conoscere più dettagli possibile da Claude
Mendibil, Anne-Marie Perrier, Bernard Chapuis…
Come ha scelto Mathieu
Amalric per il ruolo di Jean-Dominique Bauby?
All’inizio il film
lo doveva fare Johnny Depp. Tracy Jacobs, che è l’agente di Johnny, aveva parlato
con Kathy Kennedy. Johnny voleva fare il film con me perché ci piace lavorare
insieme. L’avrei circondato di francesi e lui avrebbe parlato francese. Ma poi
era troppo occupato con Pirati dei Caraibi e allora non ebbe più tempo
per fare il nostro film. Allora Kathy Kennedy pensò a Eric Bana o un altro attore
americano. Ma qualche anno fa, ero in giuria al Festival di San Sebastian e
vidi un film che si chiamava Fin août, début septembre. Consegnammo a
Jeanne Balibar il premio come migliore attrice quell’anno. Ma io mi ricordavo
di Mathieu Amalric. E ho subito pensato che sapevo chi avrebbe dovuto interpretare
questo ruolo. E ho fatto il suo nome a Kathy, lei non lo conosceva. E’ passato
del tempo. Poi due o tre anni dopo girano Munich e Kathy conosce un giovane
attore che si chiama Mathieu Amalric. Torna dalla Francia e mi dice che ha conosciuto
un attore francese veramente fantastico che potrebbe interpretare questa parte,
allora possiamo fare il film in francese. Io le chiedo come si chiama questo
attore e lei mi dice Mathieu Amalric, allora io dico che è una grande idea.
Così l’ho chiamato. Ci conoscevamo perché qualche anno fa Olivier Assayas e
Jeanne Balibar mi erano venuti a trovare a New York. Mathieu non era venuto
ma sapeva chi fossi e io sapevo chi fosse lui. Così è venuto per il Ringraziamento
e abbiamo cominciato a leggere la sceneggiatura insieme. Sapevo che se avessi
girato questo film in francese, non avrei voluto essere un turista. Il mio francese
non è perfetto però conoscevo bene il testo. Ho lavorato con tutti gli attori,
analizzavamo ogni singola scena e io chiedevo “Cosa avreste detto in questa
situazione?” Perché le parole devono venire fuori dalle loro bocche. Ho riscritto
la sceneggiatura con tutte le persone che avrebbero fatto parte del film. E
ho trovato nuovi elementi. Per esempio, Claude Mendibil ha detto ad Anne Consigny
che quando è entrata per la prima volta nella stanza di Jean-Do lui le ha detto
“Niente panico”. E quando Anne è entrata e abbiamo iniziato a girare la scena
lei me l’ha detto, allora io ho suggerito di aggiungere quella frase nella sceneggiatura.
Lavoro anche come un pittore, sono in un posto, reagisco alle cose che mi circondano.
Avevo notato che il mare ogni giorno indietreggiava di 500 metri e poi tornava
in avanti. Questo frangiflutti sarebbe stato sommerso dall’acqua e poi sarebbe
riemerso. Così ho detto “Va bene”. C’è una mia foto in cui ho Mathieu sulle
spalle, lo metto sopra a questo frangiflutti con la sedia a rotelle, in acqua.
Questa scena non c’era nella sceneggiatura. E la stessa cosa per la scena dell’uomo
che lo tiene in braccio in piscina. Ho visto la piscina e ho detto “Ok, mettiamolo
lì dentro”. Sembrava la Pietà. Daniel, l’uomo che interpreta la scena, era stato
il terapista di Jean-Do.
Che rapporto ha avuto
con il libro?
Ci sono tornato sopra
moltissime volte. Mi piaceva molto quella bellissima immagine di lui che guarda
il soffitto in piscina. Volevo trovare del testo da usare in quella scena. E
ho scelto la parte sulla pentola a pressione. E poi improvvisamente arriva quest’
altra parte su Eugenie. Quando lui dice “E’ un sogno”. Lei entra, lo bacia come
se lui potesse stare in piedi e poi lui sta di nuovo sulla sedia a rotelle.
E dice, “Quando nuoti nelle nebbie di un coma, non hai il lusso di vedere i
tuoi sogni evaporare.” Penso che la differenza fra questi due posti sia sempre
più sottile. Non si poteva distinguere fra i sogni e la realtà. Quando sei malato
è così. E’ stato così con mio padre. Mio padre cominciò…Chiesi a Darin McCormack
di scrivere quello che mio padre diceva. Ci ammaleremo tutti un giorno. Diventeremo
il centro dell’attenzione e poi diventeremo invisibili. Succede a tutti, se
conosci qualcuno che si sia ammalato o se ti ammali o quando invecchi, è un
problema di coscienza. In un certo senso quello che Jean-Dominique diceva è,
“Quando stavo bene, non ero vivo, non c’ero, ero molto superficiale. Ma quando
sono tornato – il punto di vista della farfalla – Ero rinato come un io.” Così
è potuto diventare un grande scrittore.
Pensa che la storia
di Jean-Dominique si possa paragonare alla vita di un artista?
Sì, naturalmente, la
scrittura l’ha salvato. La sua vita interiore ha preso forma perché lui ha iniziato
a scrivere il libro. Lo stesso succede con l’arte. Il libro gli ha dato una
ragion d’essere, ha dato la vita a lui, alla sua famiglia. Grazie al libro,
per loro, in un certo senso, è come se lui fosse ancora vivo. E’ un modo di
affrontare il dolore.
Nel suo lavoro di artista,
sia pittore che regista, che posto ha la letteratura?
Fare cinema è riscrivere,
tutto il tempo. Montare è riscrivere. Quando dipingo non reinterpreto, non trasferisco
nulla. Lo faccio e basta. Non c’è nessuna trasposizione. Nella scrittura non
c’è trasposizione se stai scrivendo, per esempio, un romanzo. Ma se scrivi qualcosa
che poi sai che diventerà un film, allora devi trasformare un testo in un’altra
forma. Una volta che hai fatto questa trasposizione, ti puoi comportare come
se stessi dipingendo.
JULIAN SCHNABEL
Julian Schnabel è nato
a Brooklyn, NY nel 1951. A 15 anni, si è trasferito con la sua famiglia a Brownsville,
nel Texas. Ha studiato all’Università di Houston, prendendo un BFA ed è tornato
a New York nel 1973 per seguire un Corso di Studi Indipendenti al Whitney Museum.
Nel 1978 Schnabel ha fatto il suo primo dipinto “The Patients and the Doctors”.
La sua prima mostra è stata fatta nel 1979 alla galleria Mary Boone di New York.
Fin da quel momento i lavori di Schnabel sono stati esposti in tutto il mondo.
I suoi dipinti, le sue sculture e i suoi lavori su carta sono stati oggetto
di retrospettive al Centre Georges Pompidou di Parigi, alla Whitechapel Gallery
di Londra; allo Stedelijk Museum di Amsterdam; alla Tate Gallery di Londra;
e al Whitney Museum di New York. Nel 1996 ha scritto e diretto Basquiat,
un film sul suo amico, artista newyorkese, Jean Michel Basquiat. IL suo secondo
film, Prima che sia notte, ha vinto il Premio della Giuria alla Mostra
del Cinema di Venezia nel 2000 e ha fatto guadagnare a Javier Bardem una nomination
come Migliore Attore agli Oscar. Nel 2004 sono state fatte delle retrospettive
dei lavori di Schnabel alla Schirn Kunsthalle di Francoforte; al Palacio Velazquez
a Madrid e alla Mostra d’Oltremare a Napoli. Quest’estate sono state fatte altre
mostre su di lui a Palazzo Venezia, a Roma; allo Schloss Derneburg, a Derneburg,
in Germania; alla Rotonda della Besana, a Milano; alla Tabacalera, a Sen Sebastian.
Julian Schnabel vive
con sua moglie Olatz e la sua famiglia fra New York, Montauk, NY e San Sebastian.