Animal Kingdom è il titolo più indovinato che si possa immaginare per una storia istintiva e piena
di quesiti primordiali. Una storia che mira a mettere bene in chiaro che il destino e la vendetta sono
concetti tutt'altro che secondari nella vita dei criminali.
Il giovane Joshua, che ha soltanto avuto la sfortuna di vedere sua madre morire di overdose, si
trova di colpo catapultato in una realtà assai peggiore, per il semplice fatto di aver chiesto aiuto a
sua nonna. La donna vive con i suoi tre figli in una casa dove la legalità è solo un concetto astratto
e in cui tutti hanno ben chiaro il valore del silenzio. Joshua viene così coinvolto nelle attività di
famiglia, inevitabilmente viene da pensare a questo punto, visto che nessuno si è mai posto il
problema di chiedere il suo parere. Il detective Leckie invece comincia a sospettare di potersi
servire del ragazzo per chiudere i conti con la famiglia.
Il destino del giovane sembra segnato e infatti alla fine la strada che lui sceglierà di percorrere sarÃ
la sola possibile, in un universo dove le faccende si sbrigano da soli, e possibilmente in silenzio.
Girato con mano ferma e intenti cristallini, questa opera prima, seppur leggermente didascalica, ha
diversi aspetti interessanti. Primo fra tutti l'uso straniante di una colonna sonora che riempie tutti
i vuoti creati dalle azioni più violente. Nei momenti più neri della storia, in quelli dove spesso le
parole non soltanto non bastano, ma a volte sono curiosamente di troppo, David Michôd sceglie
di lasciare spazio al suono, la musica è il solo intermediario tra il dolore dei protagonisti e lo
spettatore, il quale si sente a mano a mano più avvinto. L'abbaiare di un cane in alcuni punti cruciali
spesso indica il passaggio di qualcosa, e quel momento che intercorre tra il suono e l'apparire
della causa che lo ha scatenato è quasi sempre accompagnato dal brivido lungo la schiena che
silenziosamente annuncia l'arrivo di qualcosa di brutto.
La riflessione sul concetto di affiliazione, del valore delle regole e dei codici di comportamento
all'interno di clan la cui sola forza è la coesione, lascia sospettare la presenza di un messaggio
ulteriore, qualcosa che ha come ultimo tassello l'impossibilità di sfuggire al proprio destino. Joshua,
come tutti i suoi familiari, imparerà presto che il solo linguaggio comprensibile in situazioni
estreme è quello della vendetta. E che a nulla vale sperare di poter cambiare le regole della
società in cui si vive. Sono regole antiche, e le cose sono andate così da sempre. Le sole autoritÃ
riconosciute all'interno di tali situazioni sono quelle che si sono fatte spazio da sole, affermando con
la forza il loro pensiero e non chiedendo mai a niente a nessuno.
La buona prova di tutto il cast riesce con naturalezza nel compito di rendere avvincente una storia
così dura da lasciare pochissimo spazio all'illusione di un lieto fine. La regia mostra un certo talento
stilistico, che a volte si traduce solo in un'idea ma che, seppure immaturo, crea una buona coesione
all'interno di un lavoro di sicura efficacia dal punto di vista delle immagini. La scelta di mostrare
poco e quasi sempre di sbieco le azioni più truci, rende poetica la rappresentazione. Ma trattandosi
comunque di una storia violenta, la poesia avrà il sapore amaro di un bel documentario sulla natura,
di quelli dove le tigri azzannano al collo le gazzelle, col dolce sottofondo di una buona musica da
camera.