Trama e Recensione:
Considerato da molti l'apice creativo di Spike Lee, "La 25a ora" è indubbiamente la sua opera più compatta e dolorosa, incentrata sulla drammatica vicenda di Montgomery Brogan, uno spacciatore di New York che si appresta a trascorrere le sue ultime 24 ore da uomo libero prima di scontare una pena carceraria di 7 anni. 24 ore per riflettere sui numerosi errori commessi in passato, per riallacciare i rapporti con i famigliari e per congedarsi dagli unici amici fedeli che gli sono rimasti.
Con questa pellicola, Lee sembra quasi voler fare un sunto di tutte le connotazioni che sono state parte integrante del suo cinema: il razzismo, la violenza, la droga e la redenzione, a cui si aggiunge, in questa occasione, anche la riflessione, non di rado straziante, sull'America post 11 settembre e sulle terribili conseguenze che la tragedia delle Twin Towers ha provocato sulla Grande Mela e sui suoi abitanti. Non a caso, ci troviamo di fronte ad uno dei primi film che mostrano New York dopo l'attentato alle Torri (sostituite con due lunghi fasci di luce) e che soffermano il proprio sguardo su quel grande sfregio che porta il nome di Ground Zero.
Il personaggio di Montgomery Brogan, interpretato da uno straordinario Edward Norton, non è soltanto un uomo che si vede costretto a pagare per i suoi sbagli, ma rappresenta più di qualunque altra cosa la definitiva rottura del Sogno Americano e racchiude in sè la rassegnazione, lo sconforto e l'inquietudine che fanno ormai parte della quotidianità di ogni cittadino statunitense, perché con ogni probabilità, egli rappresenta proprio l'America, ed essa vive dentro di lui.
La conferma di ciò la possiamo trovare in quella che è senza dubbio la sequenza più emblematica del film, in cui vediamo Monty scaricare tutta la sua ira di fronte allo specchio di un bagno in cui maledice tutti gli abitanti e le razze di New York, compresi suo padre, i suoi amici, la sua fidanzata e addirittura Gesù Cristo ('in confronto a quello che dovrò passare io se l'è cavata con poco?', asserisce), rendendosi però conto che, alla fine, l'unico che deve assumersi la responsabilità delle sue azioni è lui e nessun'altro.
Tecnicamente impeccabile, con una menzione speciale alla fotografia di Rodrigo Prieto, al montaggio di Barry Alexander Brown e alle musiche di Terence Blanchard, aspetti da sempre fondamentali nel cinema del regista afroamericano, il film si sorregge in gran parte sulle eccezionali prestazioni del cast, capitanato dal già citato Edward Norton, che fornisce qui la sua ultima interpretazione davvero convincente, spalleggiato dal memorabile Philip Seymour Hoffman, ormai diventato un autentico mostro sacro, e dai notevoli Barry Pepper, Rosario Dawson, Anna Paquin e Brian Cox. Non da dimenticare anche l'eccellente sceneggiatura di David Benioff, basata proprio sul suo omonimo romanzo.
Un film come ce ne sono pochi, dunque, questo di Spike Lee, considerato, come già detto, il suo migliore in assoluto, che a parer di chi scrive continua ad essere "S.O.S. Summer of Sam" (1999), ma che ha tutte le carte in regola per essere annoverato tra i più significativi del decennio appena trascorso e ovviamente dell'intera filmografia del regista.