Piccoli film che non dovrebbero esserci
di Claudio Lazzaro
?
In questo documentario?racconto dall'interno
la destra radicale, soprattutto i giovani, ma
anche
i cattivi maestri, quelli che stanno entrando
nelle stanze
del potere o ci sono già entrati, che mostrano due
facce,
una istituzionale e una eversiva, quelli che
lavorano in
collegamento con l'estrema destra nazifascista
europea.
Uso come filo conduttore la musica rock perché
voglio
parlare soprattutto ai ragazzi. In questo viaggio
ne
ho incontrati tanti che non sanno nulla. Non hanno
occhi
cattivi, ma sono pronti a fare ? a "rifare" ? cose
molto
cattive. Perché non conoscono la storia. Oppure credono
di conoscerla, ma è solo un falso spacciato via
internet,
nei bassifondi della rete.
Ci sono una trentina di band in Italia, alcune di
buon
livello, che macinano un rock infarcito di
xenofobia, razzismo,
incitazioni alla violenza, richiami nostalgici ai
tempi della svastica e del saluto romano.
Attenzione: dove esiste espressione artistica,
anche se
rudimentale, esiste identità.
style='font-size:11.0pt;font-family:NewAster-MediumItalic'>Nazirock
style='font-size:11.0pt;font-family:NewAster-Medium'>vuole mostrare le
origini di questa identità?
Ci sono confini, paletti in democrazia, che
non si possono abbattere e superare. Gli stessi
che difende
Nazirock. Volete lottare a destra della destra? Ci
mancherebbe.
Siamo in democrazia. Ma l'incitamento all'odio
razziale e alla violenza contro le
istituzioni, l'antisemitismo, la negazione
strumentale e
velenosa della storia, ecco, questo neppure una
democrazia
se lo può permettere, se vuole sopravvivere.
?
Nazirock racconta un raduno, un "campo d'azione" di
Forza nuova, mostra i ragazzi della destra
estrema...
I ragazzi che vediamo salutare a braccio teso nel
film
hanno le facce dei nuovi proletari,?quelli che
abitano dove l'immigrazione ha cambiato
faccia ai quartieri, quelli che non hanno ricevuto
gli strumenti culturali per surfare l'onda del
cambiamento
globale e trarne vantaggio. A loro i cambiamenti
rapidi
e inarrestabili dell'economia globalizzata fanno
paura,
perché ne sono vittime. E a qualcuno devono dare
la colpa.
Ma spesso confondono i bersagli?
E non sono soltanto i nuovi poveri a subire il
contagio.
La paura s'insinua nelle fasce dominanti. Manca la
sicurezza. "Gli stranieri fanno figli, noi no.
Diventeremo
minoranza, dovremo rinunciare alla nostra cultura,
saremo
spazzati via nel giro di poche generazioni." Sono
questi gli argomenti su cui punta la destra
radicale. Elevare
muri, costruire recinti, ripristinare e rinforzare
le
barriere di classe: queste le risposte difensive
che vengono
proposte.
Una pressione che ai temi della politica affianca
quelli
presi a prestito dalla sociobiologia.
A questa pressione la sinistra dovrebbe rispondere
senza
condizionamenti ideologici, trovare risposte
pratiche
ai problemi concreti delle persone. Soprattutto
dovrebbe
trovare un linguaggio nuovo, capire che il mondo è
cambiato e non tornerà indietro. Che per difendere
i valori
della solidarietà, il diritto al lavoro, il
rispetto delle
libertà individuali, le pari opportunità senza
distinzioni
di classe, insomma per difendere il bagaglio
storico della
sinistra democratica, bisogna scaricare come
zavorra
alcune certezze antiche?
Il ragazzo che vediamo all'inizio di
style='font-size:11.0pt;font-family:NewAster-MediumItalic'>Nazirock
style='font-size:11.0pt;font-family:NewAster-Medium'>, quello
con il tatuaggio del Duce sul polpaccio, non ha
gli occhi
cattivi. Ma non sa nulla. "Gli ebrei deportati a
Roma?
Non lo sapevo. L'Olocausto? Sì, ma non erano sei
milioni.
Quanti? Uno, al massimo. Chi te l'ha detto? Un
sito.
Quale? Non ricordo."
Se dice e pensa queste cose, di chi è la colpa?
Della
scuola, della famiglia, della televisione?
Forse anche di una sinistra che non trova il modo
di
parlare con lui. Non lo dico io. Lo diceva Pier
Paolo Pasolini
("Corriere della Sera", 24 giugno 1974): "Con i
fascisti,
parlo soprattutto di quelli giovani, ci siamo
comportati
razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e
spietatamente voluto credere che essi fossero
predestinati
razzisticamente a essere fascisti... Nessuno di
noi ha
mai parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito
accettati
come rappresentanti inevitabili del Male".
Piccoli film che non dovrebbero esserci
di Claudio Lazzaro
?
In questo documentario?racconto dall'interno
la destra radicale, soprattutto i giovani, ma
anche
i cattivi maestri, quelli che stanno entrando
nelle stanze
del potere o ci sono già entrati, che mostrano due
facce,
una istituzionale e una eversiva, quelli che
lavorano in
collegamento con l'estrema destra nazifascista
europea.
Uso come filo conduttore la musica rock perché
voglio
parlare soprattutto ai ragazzi. In questo viaggio
ne
ho incontrati tanti che non sanno nulla. Non hanno
occhi
cattivi, ma sono pronti a fare ? a "rifare" ? cose
molto
cattive. Perché non conoscono la storia. Oppure credono
di conoscerla, ma è solo un falso spacciato via
internet,
nei bassifondi della rete.
Ci sono una trentina di band in Italia, alcune di
buon
livello, che macinano un rock infarcito di
xenofobia, razzismo,
incitazioni alla violenza, richiami nostalgici ai
tempi della svastica e del saluto romano.
Attenzione: dove esiste espressione artistica,
anche se
rudimentale, esiste identità.
style='font-size:11.0pt;font-family:NewAster-MediumItalic'>Nazirock
style='font-size:11.0pt;font-family:NewAster-Medium'>vuole mostrare le
origini di questa identità?
Ci sono confini, paletti in democrazia, che
non si possono abbattere e superare. Gli stessi
che difende
Nazirock. Volete lottare a destra della destra? Ci
mancherebbe.
Siamo in democrazia. Ma l'incitamento all'odio
razziale e alla violenza contro le
istituzioni, l'antisemitismo, la negazione
strumentale e
velenosa della storia, ecco, questo neppure una
democrazia
se lo può permettere, se vuole sopravvivere.
?
Nazirock racconta un raduno, un "campo d'azione" di
Forza nuova, mostra i ragazzi della destra
estrema...
I ragazzi che vediamo salutare a braccio teso nel
film
hanno le facce dei nuovi proletari,?quelli che
abitano dove l'immigrazione ha cambiato
faccia ai quartieri, quelli che non hanno ricevuto
gli strumenti culturali per surfare l'onda del
cambiamento
globale e trarne vantaggio. A loro i cambiamenti
rapidi
e inarrestabili dell'economia globalizzata fanno
paura,
perché ne sono vittime. E a qualcuno devono dare
la colpa.
Ma spesso confondono i bersagli?
E non sono soltanto i nuovi poveri a subire il
contagio.
La paura s'insinua nelle fasce dominanti. Manca la
sicurezza. "Gli stranieri fanno figli, noi no.
Diventeremo
minoranza, dovremo rinunciare alla nostra cultura,
saremo
spazzati via nel giro di poche generazioni." Sono
questi gli argomenti su cui punta la destra
radicale. Elevare
muri, costruire recinti, ripristinare e rinforzare
le
barriere di classe: queste le risposte difensive
che vengono
proposte.
Una pressione che ai temi della politica affianca
quelli
presi a prestito dalla sociobiologia.
A questa pressione la sinistra dovrebbe rispondere
senza
condizionamenti ideologici, trovare risposte
pratiche
ai problemi concreti delle persone. Soprattutto
dovrebbe
trovare un linguaggio nuovo, capire che il mondo è
cambiato e non tornerà indietro. Che per difendere
i valori
della solidarietà, il diritto al lavoro, il
rispetto delle
libertà individuali, le pari opportunità senza
distinzioni
di classe, insomma per difendere il bagaglio
storico della
sinistra democratica, bisogna scaricare come
zavorra
alcune certezze antiche?
Il ragazzo che vediamo all'inizio di
style='font-size:11.0pt;font-family:NewAster-MediumItalic'>Nazirock
style='font-size:11.0pt;font-family:NewAster-Medium'>, quello
con il tatuaggio del Duce sul polpaccio, non ha
gli occhi
cattivi. Ma non sa nulla. "Gli ebrei deportati a
Roma?
Non lo sapevo. L'Olocausto? Sì, ma non erano sei
milioni.
Quanti? Uno, al massimo. Chi te l'ha detto? Un
sito.
Quale? Non ricordo."
Se dice e pensa queste cose, di chi è la colpa?
Della
scuola, della famiglia, della televisione?
Forse anche di una sinistra che non trova il modo
di
parlare con lui. Non lo dico io. Lo diceva Pier
Paolo Pasolini
("Corriere della Sera", 24 giugno 1974): "Con i
fascisti,
parlo soprattutto di quelli giovani, ci siamo
comportati
razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e
spietatamente voluto credere che essi fossero
predestinati
razzisticamente a essere fascisti... Nessuno di
noi ha
mai parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito
accettati
come rappresentanti inevitabili del Male".